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gen 11

Istituto Gonzaga: 31 lavoratori licenziati. La FLC CGIL chiede il ritiro dei licenziamenti. Da oggi a Palermo in via Mattarella sit - in di protesta dei lavoratori, che spiegano alle famiglie degli allievi le loro ragioni in un volantino.

I Rappresentanti dell’Istituto la chiamano “riorganizzazione aziendale”, ma è solo il vecchio sentirsi “padroni”, decidere tutto da soli perché si detiene “la verità”, il solito scaricare sulle spalle degli ultimi il peso e la precarizzazione del lavoro, alla faccia del recentemente concluso “Giubileo della Misericordia”, e del “Nuovo Corso” della Chiesa … ecco il volto della Scuola cattolica!

I lavoratori dell’Istituto Gonzaga di Palermo, licenziati dopo anni di sacrifici e di sostegno delle scelte della scuola, licenziati dopo una trattativa estenuante che avrebbe potuto risolversi senza costi sociali. La scelta dell’Istituto è stata irrevocabile, una “procedura lampo” per 31 licenziamenti o la pretesa di licenziare comunque con la sola garanzia della possibile riassunzione da parte di una cooperativa con contratti di sottotutela.

Il Gonzaga - CEI (Centro Educativo Ignaziano) a Palermo (insieme con le Ancelle del Sacro Cuore di Gesù) è una istituzione formativa di eccellenza storica, che vanta di avere formato nel passato gran parte della classe dirigente della città e dell’isola.

Da alcuni anni vive una crisi economica dovuta in gran parte a scelte aziendali errate, alla sopravvalutazione di alcune tendenze (istituzione scuola internazionale, etc), di alcuni costi fuori controllo (superminimi ai dirigenti), al tentativo infruttuoso e antieconomico di fusione delle due istituzioni (Gonzaga originariamente maschile e Ancelle femminile), oltre che per il calo delle iscrizioni e per la sofferenza finanziaria derivante da inadempienze di alcuni iscritti, non imputabili ai lavoratori. Per risollevarsi dalla crisi ha operato prevalentemente chiedendo sacrifici del personale.

Nel 2013 e 2014 con un contratto di solidarietà difensivo (con sostegno al reddito parziale per il personale docente e non docente previsto dalla legge a carico della finanza pubblica).

Nel 2015 con l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo, fermata solo a patto della sottoscrizione di un accordo, stipulato il 30 aprile 2015 (un “contratto di prossimità”) che stabiliva la riduzione del 19% delle retribuzioni al personale senza alcun sostegno al reddito (che pure sarebbe stato possibile a norma della legge allora vigente).

In sostanza la riduzione di salario avveniva per il personale docente ad invarianza di orario di aula (quindi con l’aggravio della prestazione), mentre per il personale non docente avveniva ad invarianza di carico di lavoro “effettivo” (spazi da controllare e pulire e numero di bambini/allievi affidati alle cure uguale) ma a riduzione oraria (dalle 38 ore si passava alle 31 ore); sostanzialmente, ed in ambedue i casi, “intensificando” le prestazioni nei periodi lavorati.

In questo contratto, da sottoporre a verifica (entro il settembre del 2016), era previsto che rimanesse immutabile il rapporto delle quote percentuali dei ricavi. Al massimo il 70% da destinare al personale ed il 30 % da destinare alle spese di gestione.

A partire da giugno 2016 l’Istituto ha rappresentato unilateralmente che i conti non tornavano, chiesto alle OO SS di valutare la proposta di esternalizzazione dei servizi di assistenza all’infanzia, portierato, pulizie, manutenzione, proponendo ai lavoratori interessati il licenziamento, ma con la possibilità di essere assunti dalla cooperativa a cui si intendeva affidare il servizio.

La cooperativa avrebbe effettuato la nuova assunzione senza obbligarsi sul passato, partendo da inquadramenti iniziali e azzerando le esperienze, le anzianità e quanto maturato nel corso degli anni. Il contratto di lavoro applicato sarebbe stato un contratto usato nell’ambito dei servizi di pulizia, con una retribuzione tabellare inferiore, peggiorativo delle condizioni di lavoro precedenti regolate dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro AGIDAE (associazione datoriale alla quale l’Istituto aderisce), che invece, è un contratto tipico della istruzione privata di tendenza confessionale cattolica, e che regola le prestazioni tenendo insieme in un vincolo solidale tutte le professionalità ed i lavori operanti nell’ambiente educativo.

Nello specifico lavoratori che partivano già da retribuzioni basse, vicine ai 1000 euro netti al mese, a causa della riduzione del loro orario di lavoro del 19% (da 38 a 31 ore), e che quindi avevano già sofferto della perdita salariale lungo tutto il 2015, avrebbero consolidato un rapporto di lavoro a 31 ore, ma pagato di meno (arrivando a retribuzioni vicine ai 600 euro netti). I lavoratori interessati, consultati in assemblea, hanno rifiutato tali condizioni.

La proposta alternativa dell’Istituto è stata quella di continuare a derogare sul contratto nazionale non applicando quello nel frattempo rinnovato, di ridurre la “pressione” sui docenti (dal 19% al 5%), gravando la maggior parte della pressione sul personale non docente (dal 19% al 34% di abbattimento dell’orario e delle retribuzioni).

Il sindacato, durante ben sei incontri, avvenuti nei mesi giugno, luglio, agosto, settembre ed ottobre, ha proposto invece di ridurre al massimo al 25% per tutto il personale, o anche di diversificare le percentuali di riduzione, ma intervenendo con il ricorso a strumenti di tutela che si erano resi disponibili nella recente “Riforma degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro” (Assegno di solidarietà ex D. Lvo 148/15 art. 31), o di modificare di qualche punto le percentuali (70% - 30%) di destinazione dei ricavi.

In sede di confronto, durato sino al mese di ottobre, l’Istituto ha categoricamente rifiutato ogni proposta del sindacato, insistendo sull’unica alternativa così articolata, riduzione del 5% per i docenti, mantenimento della riduzione 19% per gli amministrativi e aggravio alla riduzione del 34% per operai, portieri, bambinaie (riducendo così il reddito di questi alla stessa stregua di quello della proposta di esternalizzazione, ma presumibilmente richiedendo prestazioni “concentrate” (analogo numero di aule, spazi, ingressi da controllare e bambini/alunni da seguire).

Non essendosi trovato accordo, dal 21 novembre l’Istituto ha attivato la procedura per il licenziamento collettivo.

Solo a questo punto, FLC CGIL ha disdettato il precedente accordo di prossimità, e chiesta per tutti i lavoratori la applicazione del contratto collettivo ed il ripristino degli orari contrattuali.

La Procedura, che ai sensi di legge prevede la possibilità di un esame congiunto da tenersi per un massimo di 75 giorni a tutela delle due parti (45 gg in sede aziendale più 30 in sede pubblica per ottenere la mediazione degli uffici a tutela della occupazione, e 120 gg. di tempo per effettuare i licenziamenti) si è dimostrata invece quasi una “guerra lampo” ed esaurita a tempo di record non ostante gli inviti del responsabile dell’Ufficio del Lavoro a rivalutazioni e rinvii:

dalla comunicazione di apertura all’esame congiunto in sede aziendale del 14 dicembre 2016 conclusa con mancato accordo e con il rifiuto da parte dei rappresentanti dell’Istituto della mediazione richiesta dalle OO SS da parte della associazione di categoria AGIDAE, alla quale l’Istituto è associato, e che pure aveva dato la propria disponibilità); Esame congiunto in sede pubblica presso l’UPL di Palermo il 4 gennaio 2017, seguito da 31 licenziamenti immediati e senza preavviso dal 5 gennaio, a meno di45 giorni dall’apertura della procedura.

Per la FLC CGIL questa vertenza rappresenta un autentico caso simbolo della lotta contro la precarizzazione delle forme contrattuali realizzata in questi anni e i lavoratori del Gonzaga sono l’esempio in carne e ossa di ciò che rappresentano le logiche liberistiche: le scelte sbagliare dell’impresa non ricadono sui ricavi di chi ha compito quelle scelte ma sempre sul lavoro che, pur a parità di fatica, viene pagato sempre meno, anzi peggio, con forme contrattuali al limite della dignità.

La FLC CGIL chiede il ritiro immediato dei licenziamenti, il possibile ricorso ad ammortizzatori sociali e una “vera” riorganizzazione aziendale che tagli costi di ruoli apicali ingiustificati, che razionalizzi il lavoro senza prevaricare sulle persone, e che mantenga saldi i vincoli solidali tra le professioni ed i mestieri della comunità educante, nel rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Scuola non statale | 11/01/2017

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